La Grammatica e la Pratica

Da fine ottobre chi si occupa di Beni Culturali non deve più farsi strada a fatica in una giungla di centinaia di leggi spesso contrastanti o contraddittorie, accumulate in sessant’anni di attività legislativa, ma ha di fronte a sé un Testo Unico di 166 articoli e una cinquantina di pagine. Il Testo Unico (il primo realizzato in questa legislatura) è stato definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri del 22 ottobre scorso. Delle oltre 900 leggi prese in esame sono state armonizzate e spesso abrogate decine di leggi e snellite numerose procedure amministrative che toccano la vita dei cittadini. Secondo il Ministero, i punti principali del Testo Unico sono questi. In primo luogo si amplia il concetto di bene culturale, poiché la tutela viene estesa a fotografie, audiovisivi, spartiti musicali, strumenti scientifici e tecnici e altri beni " testimonianza avente valore di civiltà" . In secondo luogo, ai tradizionali concetti di tutela e conservazione, che hanno ispirato la legislazione dei decenni passati, si affiancano i concetti di valorizzazione e promozione, sui quali si basa la collaborazione con i privati, con un forte ruolo per le Regioni e gli Enti locali. Per quel che riguarda la semplificazione delle procedure, d’ora in poi, per esempio, i proprietari di immobili di interesse storico-artistico da ristrutturare non dovranno più attendere il complesso e lunghissimo esame degli organi centrali del Ministero: basterà una sola autorizzazione delle locali Sovrintendenze, autorizzazione che varrà anche per essere ammessi a tutte le procedure semplificative previste dalla legislazione urbanistica nonché per ottenere contributi e agevolazioni fiscali, senza ulteriori domande. Forti semplificazioni sono previste anche per i commercianti di opere d’arte che avranno minori adempimenti amministrativi da sbrigare, anche se il Ministero promette di non diminuire i controlli sulla loro delicata attività. Oltre al Testo Unico dei Beni Culturali, altre importanti normative stanno arrivando in porto. Il Regolamento di attuazione della riforma del Ministero è prossimo al varo definitivo. All’esame finale del Consiglio di Stato è il Regolamento sulle Fondazioni, frutto del Comitato propositivo per l’impresa culturale, che consentirà al Ministero di trasformare i propri beni, compresi i grandi musei e i grandi siti archeologici, in Fondazioni di diritto privato con il concorso di capitali privati per favorire una gestione più autonoma e imprenditoriale. L’Ufficio legislativo del Ministero sta licenziando il Regolamento per la cessione a privati, oggi impossibile, dei beni artistico-culturali degli enti locali. Il Regolamento prevede due categorie di beni. Quelli di maggior pregio artistico, che potranno essere ceduti a privati con autorizzazione del Ministero, purché ne sia valorizzata la funzione culturale a pena di nullità del contratto di cessione. E quelli di minor pregio che potranno essere ceduti con autorizzazione della Sovrintendenza anche per utilizzi prevalentemente commerciali, purché sia preservata l’integrità del bene. Enti locali e Ministero avranno cinque anni per procedere al censimento di questi beni, ma sono previste procedure transitorie per consentire le cessioni già dai prossimi mesi. La Conferenza sul Paesaggio, che si è svolta a metà ottobre a Roma, ha infine fornito linee condivise di intervento normativo che possono ora tradursi in norme più moderne ed efficaci anche per la tutela dei beni ambientali. All’aggiornamento del quadro normativo si affianca un’interessante evoluzione del quadro sindacale. Il 21 ottobre è stato siglato da Federculture e Cgil-Cisl-Uil il primo contratto nazionale per la gestione dei servizi culturali, turistici e sportivi degli enti locali. Il contratto, che si applicherà alla Biennale di Venezia e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nonché alle centinaia di musei, teatri, biblioteche e aree archeologiche controllate dagli enti locali, è di natura privatistica e prevede un’elevata flessibilità: l’orario di lavoro è infatti conteggiato su base annuale in modo da poterlo " modulare" nelle ore del giorno e nei mesi dell’anno in cui la domanda è più elevata. Tutte queste evoluzioni normative e contrattuali sono indispensabili per realizzare quel miglioramento complessivo dell’offerta culturale che è l’obiettivo primario della collaborazione pubblico-privato. Sono necessario, anzi necessarissime. Ma purtroppo non sono ancora, da sole, sufficienti. Occorre che ad esse si affianchino forti volontà e comportamenti coerenti. Non arriviamo a dire, come nel vecchio proverbio, che " val più la pratica che la grammatica" . Ma certo la pratica conta in questo caso almeno quanto la grammatica.

Fonte:Impresa Cultura