Il libro non è una sedia

Che cos’è un libro? Che cos’è un contenuto culturale? Perché i contenuti culturali hanno un’economia, e come è possibile valutarli? In un articolo molto sottile pubblicato nel 1785, Immanuel Kant aveva discusso del diritto d’autore. La sua idea è semplice. Alcuni modi di copiare un testo sono forme di pirateria, altre no. Il mio editore fa molte copie del mio libro e non è un pirata. Il mio vicino di casa copia il mio libro e lo rivende, ed è un pirata. Dov’è la differenza? Secondo Kant i libri generano un diritto di impedire a chiunque altro di copiarli o leggerli in pubblico, e questo diritto può venir ceduto a un editore dietro compenso. Ma da dove viene il diritto? Per Kant emana dalla natura stessa del libro, che non è una cosa come le altre. Produrre un libro non è come produrre una sedia. Kant pensa addirittura che i quadri, a differenza dei libri, possano venir imitati e riprodotti senza che si debba al loro autore alcun compenso. Kant si preoccupa di trovare una buona giustificazione del diritto d’autore perché avverte che la retribuzione di parole e idee non sia affatto pacifica. Se le idee e le parole sono una mercé, sono una mercé strana. Se costruisco una sedia e te la offro, la sedia se ne va con te. Per questo è facile vendere e comprare sedie: il trasferimento dell’oggetto può riassumere il trasferimento dei diritti che ho sull’oggetto. Ma se ti canto una canzone, il testo e la musica non mi lasciano quando arrivano alle tue orecchie. Per questo è difficile capire come vendere una canzone. L’invenzione del diritto di copia ha permesso di trasformare la vendita di un prodotto astratto in quella di un prodotto concreto – un disco, un volume cartaceo, un supporto fotografico. Il trucco sta nel fatto che il trasferimento dei diritti è limitato. Quando comprate la mia sedia, ci fate quel che volete. Quando vi vendo il mio libro, potete regalarlo ad un amico o bruciarlo, ma potete farne copie e rivenderlo a vostra volta.. Tutto questo meccanismo di protezione del libro dà per scontato che i contenuti culturali siano merci – per quanto strane. Ma non è affatto detto che debba essere così. Se nessuno fosse disposto a pagare le canzoni non avrebbe molto senso cercare di venderle e inventare un modo per venderle. Libri e canzoni – e articoli di giornale e immagini – diventerebbero prodotti culturali non mercificabili. L’ipotesi sembra assurda? Ci sono sempre stati contenuti culturali che non vengono affatto venduti: canti improvvisati durante una passeggiata, disegni regalati, libri stampati a spese dell’autore, lettere d’amore, aneddoti durante le conversazioni. Perché pagare per le canzoni o i libri? Forse perché hanno un valore? Non è certo un valore intrinseco: se diventassimo tutti analfabeti, i libri non varrebbero più granché. Un eventuale valore dipende da circostanze estreme, e vorrei mostrare che queste circostanze stanno evaporando.Veniamo al punto fondamentale: come facciamo a conoscere il valore di un contenuto culturale?I prodotti " concreti" , come le sedie, sono soggetti a certe leggi di mercato, e questo permette di valutarli relativamente ad altri prodotti concreti. Se confronto il prezzo di una sedia con quello di un fiammifero, ottengo un’informazione sul valore relativo, in un determinato contesto. Se per esempio la sedia costa cento lire ed il fiammifero cento milioni, mi verrà il sospetto che ci sia penuria di fiammiferi ed eccesso di sedie. Il sistema dei prezzi funziona come una miniera di informazioni. Sappiamo che il sistema può venir distorto, in particolare in situazioni in cui il mercato non è libero. In un’economia pianificata il sistema dei prezzi non informa granché, dato che il fiammifero può costare cento milioni, e la sedia cento lire, anche se c’è eccesso di fiammiferi e penuria di sedie. Ora i prodotti culturali non sono mai stati veramente soggetti al libero mercato. In effetti, la loro selezione, il marketing con cui vengono offerti ai pubblico, la presenza di innumerevoli mediatori tra l’autore e il lettore, la pressione di istituzioni accademiche, ecclesiastiche (si pensi all’imprimatur) o statali (si pensi ai libri di certi notabili politici stampati a spese del contribuente e distribuiti nelle scuole medie), l’insufficienza o la parzialità dei recensori – tutti questi fattori distorcono qualsiasi tentativo di ottenere un’informazione affidabile sul valore dei prodotti culturali semplicemente guardando alla loro vita commerciale. Prendete la monografia accademica. Gli editori accademici tendono a richiedere contributi per la pubblicazione, o la garanzia di un certo numero di " adozioni" da parte degli studenti dell’autore, o invitano l’autore a comprare un certo numero di copie; oppure, in casi leggermente meno incivili, hanno linee editoriali dettate da scambi di favori tra i membri dei comitati di lettura o più semplicemente da mode culturali. I contenuti culturali non sono come le sedie perché la loro economia è lontanissima dal libero mercato e non è in grado di riflettere il loro valore. Se servisse una controprova, pensate alla reazione del vostro libraio il giorno in cui gli riporterete un libro che non vi è piaciuto chiedendogli un rimborso.Facciamo entrare in scena il web.Sono un ricercatore. Quando pubblico un testo specialistico di ricerca sul mio sito web, mi auspico un accesso non ristretto, anzi il più largo possibile, e gratuito. Mi interessa che il mio articolo venga letto, che vi sia una risposta da parte dei lettori, spero di poter iniziare una conversazione e-mail su un problema che interessa me e chi mi legge. Potrei cercare di pubblicare il testo presso un editore, ma dovrei aspettare mesi, attendere il vaglio di un comitato di lettura che può essere ostile alla mia linea di ricerca per le ragioni più svariate, correggere le bozze. Ho inoltre la certezza che il testo verrà letto solo da un numero magari selezionato ma certo molto ristretto di persone, che per di più dovranno pagare per accedere al libro, il quale a un certo punto sarà esaurito. Di fronte alla scelta, non esito a pubblicare sul web (anche se so che questo mi costerà caro, almeno per qualche anno ancora, in termini di riconoscimento accademico!). I contenuti culturali passano inevitabilmente al web, perché i loro autori sono stanchi dei filtri privati o istituzionali. E sul web la vera valutazione è possibile – anzi viene costantemente effettuata. Non dai mediatori privati o istituzionali, ma dai consumatori. I consumatori valutano i prodotti " concreti" comprandoli. Sul web invece i contenuti culturali vengono votati. In che modo? Creando un link verso il contenuto che si apprezza. I comitati di lettura delle riviste divengono obsoleti nel momento in cui i testi pubblicati sul web vengono fatti oggetto di valutazione da parte dei lettori, che creano un link verso le pagine che apprezzano. Il sistema tende a produrre un circolo virtuoso. Se faccio un link verso pagine che vengono ritenute buone dai lettori della mia pagina, la mia pagina verrà valutata positivamente da questi lettori e riceverà a sua volta molti link. Se invece faccio pubblicità a pagine non tanto buone, la mia pagina non sarà votata da nessuno. L’onestà e la competenza vengono premiate. Una pagina ben votata è una pagina che acquisisce autorità e la trasmette ai propri link. Attenzione non sto promuovendo un nuovo modo di trattare i fenomeni culturali o di valutare i prodotti culturali: sto semplicemente descrivendo la realtà democratica del web, una realtà che esiste già! E difatti un motore di ricerca come Google è il migliore sulla piazza proprio perché sfrutta le informazioni già contenute nella struttura dei link. Con il web abbiamo il vero libero " mercato" per i prodotti culturali, anche se è un mercato dove non si compra e non si vende nulla. Ma questo significa anche la morte dei contenuti culturali fatti circolare al di fuori del web. Li si riconoscerà immediatamente come non valutabili. Se gli editori non assumeranno il rischio di mettere a disposizione gratuitamente e integralmente sul web i testi dei loro autori (offrendo certo la possibilità di acquistare o regalare una copia cartacea) si ritroveranno in una nicchia economica da Soviet.Il web rende esplicita la natura dei contenuti culturali. Sul web i contenuti diventano quello che sono, entità astratte, difficili da inquadrare nel diritto di copia. Situazione che mi fa terminare su una nota di leggera.La ragione per cui si pagano le canzoni e i libri è contingente, ed è certo legata a un momento storico molto preciso. Finora gli autori avevano bisogno di un intermediario per arrivare al pubblico. Questo bisogno tende inevitabilmente a scomparire. Un largo pubblico pagante esiste da poco tempo. Questo pubblico si troverà sempre di più di fronte a un’offerta sterminata di contenuti culturali gratuiti e avrà sempre meno voglia di pagare quelli paganti. Senza il diritto di copia, la vita dell’autore professionista sarà appesa al filo della solidarietà del lettore, che gli verserà un obolo – come a un aedo – per ringraziarlo di mantenere in vita l’arte della parola. Senza quest’obolo, lo scrittore professionista diventerà una figura socialmente marginale, e il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo verranno ricordati nella storia culturale dell’umanità come i Secoli dell’Autore. Per duecento anni l’umanità avrà potuto permettersi – dietro il compenso, o grazie al miraggio, di royalitie sontuose – il lusso di schiere di autori che hanno dedicato la loro vita a scrivere opere magnifiche, con rari eguali nei millenni precedenti e in quelli successivi.

Fonte:Il Giornale dell’Arte