IL DECRETO SALVA-DEFICIT – Ma non sappiamo che cosa si può vendere che cosa no

Purtroppo non si sa: prima si faranno le liste, poi le Soprintendenze valuteranno caso per caso.

E bene manifestare una sana diffidenza anche quando si abbia solo il sospetto che si voglia dilapidare il nostro patrimonio culturale. E giusto indignarsi ed è comprensibile che vengano messi in moto tutti i meccanismi possibili per impedire che avvenga l’irreparabile. Tanto più se si ha la memoria di quel che è successo in passato, quando perfino osservatori stranieri come Montesquieu rimasero sbalorditi da come veniva depredato il Belpaese, tanto che durante il viaggio annotò: " Gli inglesi si portano via tutto dall’Italia: quadri statue, ritratti" . Era il 1728; dopo ne sono successe tante, da giustificare qualsiasi ipersensibilità sull’argomento, da parte di chiunque.

Detto questo, credo anche sia necessario definire il campo di ciò di cui si sta discutendo. Bisogna capire bene quel che vuol dire e quali sono gli effetti dell’art. 7, comma 10 del D.L. 15 aprile 2002, n. 63 (convertito in Legge 15 giugno 2002, n.112). Il decreto legge parla di beni che fanno parte del patrimonio dello Stato, del patrimonio disponibile e indisponibile e, per quel che ci riguarda, di quelli che hanno valore storico artistico. Le chiesette di proprietà della Chiesa, di cui tanto si è sentito parlare in queste settimane, non c’entrano niente in questo dibattito: forse se ne parlerà più avanti. Così come non c’entrano per niente i beni mobili. Il decreto parla chiaramente d’altro…

Chiarito il punto, bisogna capire quali e quanti sono i beni immobili di proprietà dello Stato d’interesse storico artistico. Dobbiamo conoscere qual è l’universo della problematica che sta facendo venire le convulsioni al mondo della cultura. Va detto con franchezza: non lo sappiamo. O meglio, ne sappiamo molto poco. Perché generalmente i beni di proprietà dello Stato non sono assoggettati a provvedimenti di tutela esplicita. Non sono vincolati con un dispositivo specifico. Lo sono quasi sempre attraverso l’automatismo connesso all’art.4 della legge 1089/39 (oggi art.5 del D.p.r. 490/99), facendosi forti di una giurisprudenza che ha spesso confermato come i vincoli su beni di proprietà di enti riconosciuti abbiano carattere " ricognitivo" e non " costitutivo" . In altre parole, ciò significa che il vincolo esplicito su beni di proprietà dello Stato può anche essere superfluo, essendo sufficiente che l’edificio abbia più di cinquant’anni e dimostri di avere un qualche interesse storico-artistico.

Ciò ha consentito alle Soprintendenze di non dover emanare troppi dispositivi di vincolo nella consapevolezza di poter esercitare la tutela al momento della necessità, quando si pone un qualche problema di restauro. Criterio utilizzato anche nei confronti del patrimonio della Chiesa; per cui è bene sapere che non c’è un vincolo dichiarato né per San Marco a Venezia, né per il Duomo di Milano, né per Santa Maria del Fiore a Firenze, tanto per fare degli esempi: sono beni d’interesse storico-artistico che hanno più di cinquant’anni, e sono automaticamente tutelati ex art.4 (oggi art.5) della benemerita 1089/39. Perciò non ci sono elenchi. Non sappiamo con esattezza, in termini quantitativi e qualitativi, che cosa significhi l’allocuzione " patrimonio immobiliare dello stato d’interesse storico artistico" . Sappiamo solo che è considerevole e disomegeneo.

Dunque, vanno fatti gli elenchi come prescrive la " legge di tutela" che prevedeva un obbligo in questo senso fin dalle origini, in modo da poter rendere certi, oltretutto, i rapporti tra enti pubblici e soggetti terzi. Sulla fase di quegli elenchi sarà possibile dire che cosa vale e cosa non vale. Ciò che è incluso e ciò che può essere alienato. A legislazione vigente, saranno le Soprintendenze a svolgere questo ruolo e a valutare i singoli casi sulla base di strumenti giuridici già operanti. Lo hanno già fatto di recente e senza sbavature per i beni del demanio militare. Operando attraverso il regolamento emanato con D.p.r. 7 settembre 200, n.283 (in attuazione della L.448/98) che consente di alienare beni d’interesse storico artistico di proprietà del patrimonio dello Stato, in deroga all’art.54 del Testo Unico. Si tratta di una norma intervenuta dopo l’uscita del Testo Unico, che scioglie il nodo dell’alienabilità rimasta appesa tra l’art.24 della vecchia legge di tutela del 1939, che consentiva " a condizione" , e l’impossibilità stabilità dall’art.823, comma 1, del Codice Civile del 1942.

" Io credo francamente che il miglioramento delle arti sia un efficace mezzo di civiltà, ma non mi perito di affermare in pari tempo che l’inalienabilità e sterilità di un cospicuo capitale paralizzino la vita economica di una nazione" . E un passaggio dell’intervento del senatore Piepoli, nell’ambito della discussione parlamentare del novembre 1877 sulla legge " per la conservazione dei monumenti e degli oggetti d’antichità e d’arte" , che potrebbe a buon diritto far parte del dibattito in corso. Ma c’è una differenza e di non poco conto, perché la coscienza civile è maturata moltissimo e abbiamo fatto tesoro dei tanti errori commessi. Non verrà venduto né il Colosseo né altro, se non quel che avrà la minima rilevanza, rispetto all’unitarietà del patrimonio culturale della Nazione. E a vigilare sull’integrità di quel patrimonio ci sarà sempre e comunque anche il Ministero, agendo sia in via preventiva attraverso l’intesa con l’amministrazione finanziaria, sia successivamente tramite gli ordinari strumenti di tutela.

Autore: Roberto Cecchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte