I cosacchi a Roma: il Testo Unico e la rabbia inutile

La criminalizzazione ideologica del commercio dei beni di antiquariato ha potuto prosperare in anni passati, non troppo lontani, per molteplici ragioni concomitanti. L’estremismo intellettuale della cultura del tempo, con l’accusa mostruosa che tutto fosse un bene collettivo da espropriare, etichettando come furto la lecita proprietà, ha nutrito le malferme coscienze di studenti e di giovani che per populistici progetti di potere hanno a lungo intasato le Università, le cattedre, le Sovrintendenze, immettendo nei ruoli individui di preparazione e di cultura non vagliate da esami o da concorsi che, seppure non perfetti, potessero comunque valutarne il merito e la competenza.La scarsa opposizione accademica della cultura si alimentava dall’atteggiamento di sufficienza di alcuni di fronte ad un fenomeno che " una volta sfogatosi sarebbe comunque rientrato nei ranghi" ; oppure da un atteggiamento di contagiosa paura, di insicurezza nei propri convincimenti, certamente assai labili, mentre altri preferivano lo sdegno, ritirandosi nelle proprie torri eburnee. Molti insomma accondiscesero, moltissimi cavalcarono la tigre e ben pochi, ma a questi si riconosce un gran merito, ebbero la forza di opporsi conservando, come monaci del medioevo, i fuochi di una vera coscienza di studio e di libertà intellettuale. D’altro canto, i mercanti, o meglio i commercianti di associazioni massificate, avevano creato e sostenevano manifestazioni il cui slogan " L’antiquariato per tutti" era la spia evidente di un fraintendimento, non posso dire doloso ma certamente cialtronesco, rivelatore di quanto ai commercianti di oggetti artistici o di antiquariato veniva ascritto, cioè di non curarsi affatto del valore culturale della propria professione, ma di consumare il mercato dell’ arte con voracità pari all’insipienza di non capire che il vero motivo di opposizione era la difesa della propria professionalità. Così, in tempi in cui veniva tessuta la rete vischiosa di una burocrazia e di una legislazione paralizzante per il mercato dell’arte, i commercianti d’arte come l’acqua che si infiltra nei possibili pertugi, pensavano piuttosto a trovare singolarmente le proprie vie di interesse economico.Un trentennio circa è passato da quegli anni e se analizziamo con uno sforzo di obiettività il presente, ci rendiamo conto che da parte dei mercanti c’è stato un diffuso accrescimento del valore del proprio ruolo. Ciò è dovuto non solo ad una crescita generalizzata della società, almeno nel senso dell’informazione e della possibilità di acculturazione (pure se rischiamo lo sbandamento per l’eccesso di mostre e manifestazioni più spettacolari che culturalmente necessarie), ma anche per una più profonda consapevolezza dei singoli operatori della propria professionalità e della necessità di un mercato trasparente con una conveniente ed aperta collaborazione con gli organi della tutela e del recupero. E se un’opera ormai decennale dell’Associazione Antiquari d’Italia ha contribuito a migliorare l’immagine dell’antiquario professionale ed a meritare il rispetto di Sovrintendenze e Carabinieri, il problema vero è lo scarso ascolto che gli antiquari hanno in sede ministeriale e più latamente legislativa. Si fa urgente una complessiva proposta da parte dell’Associazione di modifiche al testo Unico, perché ci rendiamo conto che i convegni e le tavole rotonde hanno una grande importanza, in esse gli antiquari trovano almeno la soddisfazione per la comprensione alla loro complessa situazione legislativa, ma se da una parte legislazione, giurisprudenza e dottrina sembrano correre su binari paralleli ma poco convergenti, anche la moderazione dei singoli Soprintendenti cozza contro il complesso legislativo che non lascia scampo. Difatti la legge presenta a tutt’oggi delle aberrazioni che, sia pur sottolineate più volte, varrà la pena di non sottacere. La qualità e la necessità del controllo dei registri crea intralcio al commercio e ingorgamento agli uffici delle Soprintendenze. Il commercio è reso difficoltoso per l’interno della prassi, unica al mondo, di richiedere al compratore al di là delle fatture, i documenti, imponendo al mercante di svolgere la mansione non pertinente di inquisitore. In casi di acquisti all’estero l’assurdo di dover certificare presso Enti o pubblici ufficiali del posto la provenienza dell’opera dal paese del venditore ostacola e spesso impedisce la importazione di opere d’arte in Italia. Per converso, per la vendita occorrono quaranta giorni dopo di due gradi di giudizio per conoscere l’esito di richieste d’esportazione. Ancora, corollario a quanto sopra, la notifica, soggetta di fatto alla discrezionalità dei singoli e pertanto profondamente ingiusta e non in linea ad un’Europa che vorrebbe dirsi unita. Ma il provvedimento più stolto, perché pur sotto la celata intenzione di nazionalizzare il maggior numero d’opere d’arte, otterrà l’effetto contrario, è quello di abolire il rinnovo delle licenze di temporanea importazione alle prossime scadenze quinquennali. Si ha la titubanza di sottolineare l’emorragia delle opere soggette a tale disciplina del nostro paese per essere offerte al collezionismo nazionale, ma libere di circolare in quanto provenienti dal mercato internazionale, perché la paura è che invece del ripristino della norma precedente, l’ottusità burocratica possa produrre un irragionevole quanto illegale chiusura delle esportazioni. Accanto a queste inqualificabili distorsioni dello strumento della tutela prodotte da una classe politica intollerante ha fatto meraviglia l’acquiescenza degli uffici delle sovrintendenze che, pur coscienti, hanno saputo, voluto o potuto opporsi alla irragionevolezza. Ci auguriamo di veder pubblicate le opere notificate dalle sovrintendenze dal dopoguerra ad oggi per valutare come l’ideologia abbia snaturato la capacità di giudizio sulle opere d’arte. Il concetto di bene culturale, così onnicomprensivo assomiglia stranamente alle teorie degli epigoni arganiani di considerare ciascuna (non il prototipo, ma ripeto ciascuna) sedia Thonet come bene non commerciabile. Non sarà, dopo qualche vaghissimo spiraglio di liberismo, uno strisciante modo di riproporre quel giacobinismo che speravamo definitivamente sepolto?

Fonte:Il Giornale dell’Arte