Giuliano URBANI: Beni culturali la riforma della svolta. Ma porte aperte alle critiche positive.

Il criterio scelto permette di modificare e migliorare le norme in pochi mesi.

Come ben sappiamo, l’Italia può vantare uno dei patrimoni artistici più ricchi e prestigiosi del mondo, così come un paesaggio che ha spinto grandi scrittori stranieri a definire il “Bel Paese” per antonomasia.

Purtroppo però, a tutela di entrambi non avevamo mai saputo darci un sistema di leggi organiche, sistematiche, complete all’altezza del difficile compito di conservare, valorizzare, gestire al meglio simili tesori. Da oggi, invece, l’abbiamo. Perché proprio oggi entra in vigore il primo Codice dei beni culturali e del paesaggio nella storia italiana. Che rappresenta per ciò stesso anche una sorta di “carta costituzionale”, rivolta a conseguire molteplici obiettivi d’interesse generale.

Il primo l’abbiamo implicitamente già detto: sostituire, con poche norme chiare e coerenti, una piccola montagna di leggi e regolamenti, in parte resi ormai obsoleti dagli anni e in parte privi – per il modo e i tempi in cui sono stati successivamente concepiti – della necessaria sistematicità. Un solo esempio per tutti: aver finalmente ricompreso il paesaggio fra i beni culturali del Paese, in modo tale da poterlo tutelare unitariamente alla tutela delle città storiche che tanto ammiriamo.

Ma, accanto a questo, gli obiettivi del Codice sono molti altri.

Favorire la migliore collaborazione fra i vari “governi territoriali”: Stato, Regioni, Province, Comuni e Comunità montane, troppo spesso paralizzati fra loro da interminabili diatribe sulle rispettive competenze. Promuovere un analogo spirito di cooperazione fra pubblico e privati, così come fra Stato e Chiesa nella tutela dei beni, senza distinzioni basate sui titoli di proprietà. Attivare il massimo interesse di tutti i cittadini nella difesa e nella valorizzazione del patrimonio artistico nazionale, così come degli innumerevoli patrimoni regionali e locali.

Con queste e con simili finalità, attraverso il nuovo Codice vengono quindi introdotte alcune fondamentali innovazioni: la creazione di apposito Demanio dei Beni culturali (oggi inesistente); la progressiva privatizzazione di tutti quei beni demaniali che invece risultano privi di qualsiasi interesse culturale (ho detto privi, sia ben chiaro una volta per tutte); il riconoscimento che ogni futura pianificazione urbanistica (nuovi quartieri, nuove periferie, nuove città) dovrà d’ora in avanti – e contrariamente a quanto è invece avvenuto purtroppo nel passato – risultare pienamente compatibile con il rispetto rigoroso del nostro paesaggio e, quindi, con tutte le necessarie esigenze della sua salvaguardia.

Come spesso accade in Italia, anche in coincidenza con l’entrata in vigore di questa nuova legge, sono fiorite molteplici polemiche di ogni tipo. Credo non si debba dare molta importanza a quelle – e sono la gran parte – palesemente generate da una conoscenza insufficiente delle norme o soltanto figlie del clima preelettorale che stiamo vivendo. Ma tengo invece a precisare che, per tutte le critiche che si manifesteranno ben fondate, questa legge possiede una sorta di insolito antidoto incorporato: è stata infatti approvata con un metodo tale da poter essere modificata e perciò migliorabile nell’arco di pochi mesi.

Come particolarità vale proprio la pena di essere sottolineata, perché non è sempre facile incontrare leggi che siano tanto “intelligenti”, da poter mettere rapidamente a frutto l’esperienza sul campo, potendosi così emendare in tutta fretta e al meglio. Per gli eventuali critici, che sapranno disporre di argomenti veramente validi, le porte sono e restano quindi totalmente spalancate. Nel solo ed esclusivo interesse del “buon governo” della cosa pubblica e dei suoi più autentici tesori.

Autore: Giuliano Urbani

Fonte:La Repubblica