Francesco BONAMI. Più che al futuro dei musei pensiamo ai musei del futuro.

Caro prof. Settis, conservare non vuol dire imbalsamare.

Lo so, non è il momento più opportuno di parlare del futuro dei musei, come ha fatto Salvatore Settis (Repubblica, 30 Giugno), proprio in mezzo a un Mondiale di calcio. Ora poi con l’Italia in finale, la Juve in serie C e Basso escluso dal Tour de France, è da veri ignoranti e superficiali volersi distrarre pensando al futuro della nostra cultura.

D’altronde che considerazione, la società italiana, ha dell’arte e dei musei è evidente dallo stipendio che prende il nuovo direttore degli Uffizi, più o meno quello di un professore di liceo. Il che non vuol dire che il professore del liceo è meno importante del direttore di un museo, anzi. Il problema è che dovrebbero guadagnare entrambi molto, ma molto di più, ma non è possibile. In un paese che sbava dietro al taglio di capelli di Totti, le cadute di Valentino Rossi o Varietà Café Live, il ruolo di un professore di liceo o del direttore di uno dei più importanti musei del mondo è, assolutamente, marginale. Il professore, poi, ha la vita ancora più dura del direttore. Come fa, questo poveraccio, a dare una giustificazione logica alla cultura che vorrebbe insegnare, se questa offre, a chi la percorre con passione, fino a raggiungere posizioni di assoluto prestigio, uno stipendio che in termini contabili è considerato un residuo fiscale? Il futuro dei musei è, allora, oltre che argomento inopportuno, irrilevante.

Noi, interessati all’argomento, non raggiungiamo il quorum. Scrive Settis che il patrimonio culturale non è una semplice risorsa economica, ma qualcosa di più. E’ una parte, fondamentale, dell’identità del nostro paese. Oggi però guardiamo ai nostri musei, e a tutta l’arte che ci ha reso, culturalmente, così ricchi, come si guardano le gambe di una donna o quelle di un calciatore, non strumenti per muoversi ma, esclusivamente, come attributi di un potenziale guadagno. Se le gambe non ci portano in tv o a
giocare a San Siro sono inutili, così come è inutile la chiesa, il quadro o la scultura se non sono capaci di produrre audience, marketing e soldi.

La Deposizione del Pontormo, nascosta nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, è un opera d’arte residua e inutile, almeno secondo i criteri dell’arte-spettacolo-evento, pochi la conoscono, ancor meno la vedono, nessuno ci guadagna. Stesso discorso per la Santa Teresa del Bernini a Santa Maria della Vittoria a Roma e per centinaia di altri, timidi, capolavori. Utili sono quelle opere d’arte che, tolte alla quotidianità, vengono trasformate in cadaveri.

Settis menziona la Cappella degli Scrovegni a Padova, con gli affreschi di Giotto, dove, per visitarla, dobbiamo essere praticamente sterilizzati. Una volta purificati ci è concesso un quarto d’ora per goderla, facendoci sentire un po’ come Provenzano durante l’ora d’aria del suo supercarcere. Viene in mente la visita al mausoleo di Lenin, a Mosca, dove soldati, non informati ancora che il muro di Berlino è caduto, ti spingono con il calcio del fucile per evitare che tu ti soffermi, incuriosito, dal cadaverino giallastro, che potrebbe essere di plastica.

Conservazione non vuoi dire imbalsamazione, né tanto meno spettacolarizzazione dell’opera d’arte. Diventata artificiale l’esperienza del bene culturale, poco importa se quello che abbiamo davanti è autentico o meno.

Dal museo ‘vieni, scopri, rimani’ siamo finiti al museo ‘paga, vedi, esci’ o a quello ‘passa, compra e sbircia’. Il futuro del museo è difficile da immaginare perché legato al passato, e alla storia, di una cultura oramai incapace d’immaginarsi, in generale, un futuro. Perché il ruolo del museo museo abbia un futuro, nella nostra società, è fondamentale progettare con molta attenzione i musei del futuro, quelli che, lavorando sulla contemporaneità, proseguiranno la tradizione visionaria che, fino a qualche secolo fa, ci ha reso unici nel mondo. E’ necessario affrontare subito e con coraggio il destino, apparentemente irreversibile, del museo mausoleo e, allo stesso tempo, arginare la moda del museo rodeo.

Il museo mausoleo: quello dove le opere d’arte sono diventate cadaveri, escluse dal tempo dell’esperienza individuale dello spettatore.

Il museo rodeo, invece, è quello dove l’arte viene valutata, come il cowboy, a seconda di quanto riesce a stare in groppa al toro della comunicazione o al cavallo dell’intrattenimento.

Ma il futuro del museo è, anche, legato al rispetto che saremo capaci di dare a coloro chiamati a governarlo, e dirigerlo. Rispettare un professionista vuol dire anche pagarlo adeguatamente per ciò che fa, e quello che un professionista dei beni culturali fa non è necessariamente legato al numero degli spettatori, alle recensioni dei giornali o delle riviste, ma alla capacità di fare in modo che il museo, invece di un obitorio o un corteo funebre, rimanga un luogo, vivo, accessibile, frequentabile, ma anche un luogo di riflessione, calma, studio, ricerca, ritorno. La vivibilità di una città, e di un paese, dipendono, anche, dalla vivibilità della sua cultura.

I tedeschi ci hanno accusato di essere barbari mangiatori di pizze, la classe di Buffon e compagni ha vendicato questa calunnia. Nell’euforia, comunque, conviene sempre ricordare, che i Mondiali ci sono ogni quattro anni, mentre il nostro patrimonio culturale ci ha messo qualche secolo per darci le soddisfazioni che ci ha dato, e ci da. Se lo perdiamo, avere Grosso e Toni in gran forma ci servirà a poco.

Autore: Francesco Bonami

Fonte:Il Riformista