FABRIANO – Campodonico (An). Le opere del maestro a San Biagio in Caprile.

L’abbazia di S. Biagio in Caprile (Campodonico) fu fondata intorno al 1030 dai Conti di Nocera e di Gualdo che in quel periodo governavano in condominio la valle di Salmaregia.
Nel 1060, per mancanza di religiosi, passò sotto le dipendenze di S. Maria d’Appennino che provvide ad  inviarvi una piccola comunità di religiosi.
Il termine ‘Caprile’ gli fu dato per l’esistenza nei paraggi di stalle di capre.
Intorno al 1198 figura affiliata alla vicina abbazia di S. Michele (poi S.Angelo) d’infra ostia, fondata prima del mille da un ramo degli Atti di Nocera, conti di Colleoccio.
S. Biagio in Caprile già nel 1109, con la donazione dei patroni Oderisi, Atto e Bocco, conti di Nocera, possedeva diverse proprietà nelle località di Cellerano, Torre, Molinaccio e Camportigiano.
Nel 1300 allargò i suoi possedimenti a Salmaregia, Campodonico, Sasso, Colle, Campottone, Trufigno, Tegulario, Cima Mitula esercitando così la sua giurisdizione su numerosi vassalli e chiese.
Il cenobio fu protetto da diverse importanti famiglie come i Trinci di Foligno nelle persone di Paolo e Ugolino, i Chiavelli nella persona di Tommaso, i Bartoluccio da Foligno e Rinaldo di Rodolfo nobile fabrianese.
Ebbe monaci d’alto rango e cultura come D. Morico, D. Bartoluccio e D. Giovanni chiamato Vanne, figlio del nobile Rinaldo.
Nel XIV secolo le continue liti per i diritti al pascolo con i castelli d’Orsara, Salmaregia, Belvedere e Gualdo, sorte a seguito dell’affrancazione, determinarono l’inizio della sua decadenza.
Nel 1443, un incendio lo distrusse insieme all’archivio ed il complesso, rimasto privo di monaci, passò per volere d’Eugenio IV alla Congregazione Silvestrina.
Nel 1665 fu elevata ad abbazia titolare e nel 1810 fu venduto a privati.
Oggi l’abbazia  è stata completamente restaurata ed è adibita ad ostello per i turisti che desiderano immergersi nel tempo passato e conoscere la storia e il territorio circostante.
La chiesa di stile romanico a pianta rettangolare era un tempo ornata dai famosi affreschi dell’anonimo maestro di S. Biagio in Caprile che i massimi esperti riconoscono come il caposcuola della pittura fabrianese della prima metà del XIV secolo.
L’ espressione a noi conosciuta dell’ingegno di questo pittore sono appunto gli affreschi di S.Biagio in Caprile, rappresentanti la Crocifissione, l’Annunciazione e S.Pietro e Paolo, oggi conservati nella Galleria Nazionale d’Urbino.
Sotto l’opera della Crocifissione vi è riportata la  scritta latina in caratteri gotici: ‘HOC OP. FACT. FUIT TEMPORE D. P. AB. ANNO D. MCCCXLV’ (Questa opera fu fatta al tempo dell’abate D. Pietro, nell’anno del Signore 1345).
Questo personaggio ricalca nelle sue opere gli schemi della pittura del primo periodo del 1300, ovvero quelli della scuola Giottesca, Senese e Riminese, dimostrando quindi di conoscere quanto avveniva in termini pittorici nell’Italia centrale (Giotto, Simone Martini, Lorenzetti, Guido da Rimini).
In tali affreschi si evidenziano un’originale posizione prospettica dell’immagine, l’uso di una nuova tavolozza cromatica, con la rappresentazione di figure celesti e terrene in adorazione e con volti ed atteggiamenti tragici quasi a voler ricordare la dura esistenza terrena dell’uomo per guadagnarsi il paradiso.
Così l’espressione dei volti, oltre ad essere carica d’umanità, è perfettamente in armonia con il tema trattato e gli stessi personaggi sono modellati con forme nuove che indicano le prime evoluzioni dello stile del 1300’.
Queste importanti opere devono ritornare nella loro sede originaria, completamente restaurata, in modo che possano esprime il massimo valore artistico creato dal maestro di Campodonico per l’abbazia.
A suo tempo il trasferimento a Urbino fu fatto in quanto gli affreschi erano in situazioni precarie e fu garantito, a restauri compiuti, il ritorno alla sede originaria.
Oggi anno 2010, le condizioni per il collocamento delle opere presso l’abbazia ci sono, non rimane che le autorità e le associazioni preposte facciano la loro parte e prendano come esempio la vicenda dei Bronzi di Pergola e di altri capolavori.
Oggi al turista che entra nel complesso si presenta una chiesa spoglia, senza opere e chiaramente la vista rimane deludente.
In alternativa al ritorno delle opere originali si potrebbe mettere delle gigantografie sulle pareti dove erano originariamente gli affreschi in modo da dare una certa immagine all’abbazia.
Questa seconda proposta è indirizzata agli sponsor che in passato hanno fatto altri interventi simili sul nostro patrimonio culturale.   

Autore: Federico Uncini – hooks79@alice.it

Fonte: Pianeta Appennino, 28/05/2010