Come mantenere un’opera d’arte

Il patrimonio artistico italiano? Sarà molto difficile, se non impossibile, salvarlo nella sua interezza. Sicuramente perderemo qualcosa, a qualcosa dovremo rinunciare. La strada verso un’ “americanizzazione”, dove i musei comprano e vendono, sembra irreversibile. E’ l’opinione di Bruno Zanardi, noto restauratore, che è intervenuto su alcune delle opere d’arte più importanti del paese, dagli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi alla cappella Sancta Sanctorum in Laterano. Zanardi è autore di “Conservazione, restauro e tutela “(Skira, pagg. 509, lire 55.000) appena presentato a Roma, all’accademia di San Luca. E’ un volume dove sono raccolte ventiquattro interviste a personaggi del mondo dell’arte come Renzo Piano, Gianluigi Colalucci, Bruno Toscano, ma anche Cassese, gli scomparsi Federico Zeri e Giovanni Urbani, di cui Zanardi fu allievo. E’ un libro che fa discutere anche perché bisogna tener conto delle opinioni di Zanardi: “Da una parte la qualità media dei restauri si e molto innalzata ma è sbagliato l’approccio generale nei confronti del patrimonio artistico. Non è possibile risolvere il problema di tutela restaurando una per una le decine, centinaia, i milioni di opere sparse sul territorio. Non è un’impresa realizzabile in termini economici ed organizzativi. Tra l’altro ogni restauro aggiungendo nuovi materiali rende ancor più eterogenea l’opera, ne accelera e ne aumenta i problemi di conservazione. Invece dobbiamo fare in modo che le opere d’arte abbiano sempre meno bisogno di restauri”.D: Come? R: Ovviamente intervenendo preventivamente sull’ambiente e tenendo le opere d’arte a regime attraverso una regolare manutenzione ordinaria. E’ cessata negli anni Trenta, quando si è affermata la cultura dell’autenticità, che ha condotto alla fine delle manutenzioni d’ordine strutturale, alla sostituzione delle parti degradate. Questa attività fu dichiarata falsificante del testo critico originale e in nome della filologia i monumenti furono e sono lasciati nello stato in cui si trovano, rinviando la soluzione del problema conservativo ad un futuro restauro. E così per il patrimonio italiano, soprattutto quello architettonico e quello monumentale, sta arrivando il momento della crisi e si avvertono sinistri segnali: dalla cupola delle cappelle medicee crollano frammenti di marmo, frana la rocca di Assisi… Tutto questo accade per la mancanza di quegli interventi di ordinaria manutenzione che si occupavano della tenuta strutturale dei manufatti.D: Un cambiamento di direzione potrà arrivare dal ministero?D: Il nuovo regolamento prevede un’enorme ampliamento di dirigenti e funzioni e questo va nella direzione del decentramento come aveva previsto anche Urbani. Tuttavia sembra che il ministero si stia ponendo il problema della tutela. E dopo decenni di immobilismo è un segnale Ma bisogna capire quali sono gli obiettivi. Se il ministero cerca soltanto di rendere sempre più appariscenti i restauri ha imboccato la strada sbagliata. Bisogna invece riuscire a tenere in piedi l’indissolubile legame tra patrimonio arti territorio. E questa è un’operazione di una complessità straordinaria che comprende interventi economici, legislativi, un diverso disegno del rapporto pubblico e privato, un diverso disegno sulle destinazioni d’uso degli edifici. Oggi ogni edificio antico viene destinato ad un museo. In questo paese ci sono più di tremila musei. Nessuno fa il conto dei costi?D: Tirando le somme si capisce che perderemo o dovremo abbandonare una fetta del patrimonio artistico!R: Dovremo lasciare parte del nostro patrimonio artistico. Ormai ci sono decine, centinaia di paesi abbandonati, dove ci sono migliaia di capolavori. Faccio un esempio. La Valnerina, punteggiata da splendidi insediamenti romanici, ha la densità abitativa della Mongolia: 2,1 abitanti per metro quadrato. In più mancando il clero, vengono abbandonati chiese e conventi. Lo Stato dovrà vendere. E’ quel già accade negli Stati Uniti.D: A proposito dei singoli restauri. Spesso vengono contestati, soprattutto dall’estero…R: La qualità del restauro italiano è la migliore del mondo. Le polemiche spesso sono prive di senso, è la prova del dilettantismo del settore.D: Si può cambiare attraverso l’insegnamento universitario?R: Inevitabilmente i restauratori dovranno passare attraverso l’università. C’è un trend europeo che va in questa direzione. Ma oggi in Europa manca completamente la formazione pratica.

Autore: Paolo Vagheggi

Fonte:La Repubblica