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La parola data dall’Italia vale poco: per smentirla bastano cinquanta birr, due terzi di euro, il biglietto per l’ingresso alla Spianata delle Stele. Nascosto sotto una tettoia rovente, c’è uno scavo di 6 metri per 8, fra il monolito di re Ezana e i frammenti della Grande Stele. Un buco polveroso, che aspetta: qui, un giorno, tornerà dall’incrocio romano di viale Aventino l’obelisco rubato dai fascisti. Qui, un giorno, il popolo dell’Etiopia farà festa.

Agli abitanti di Axum importa poco che i grandi musei del mondo abbiano deciso di non restituire i loro possedimenti ai paesi d’origine. “Ci sono più oggetti preziosi axumiti a Roma che qui da noi”, dice il curatore del sito archeologico e del piccolo museo, “e nessuno li richiede indietro. Ma l’obelisco è diverso”. Si chiama Haile Selassié, come il negus, e per lui l’orgoglio nazionale non può che essere un valore da prendere sul serio.

Dimenticato l’impegno solenne a restituire il bottino della scorribanda fascista “entro diciotto mesi”, firmato e mai rispettato già nel 1947, archiviate le altre sterili trattative, insabbiata anche la promessa del 1997, di risolvere tutto entro un anno, il nostro paese è atteso un’altra volta alla prova dei fatti sulla collina di Axum. Il governo Berlusconi ha già dato ogni garanzia al presidente Meles Zenawi, all’ambasciata di Addis Abeba giurano che ormai “è solo questione di tempo”. E gli etiopi hanno fiducia, anche se, con questi precedenti, devono nutrire un pizzico di scetticismo.

Dal Corno d’Africa lentezze e impedimenti romani sembrano incomprensibili. D’altronde duemila anni fa per portare la stele di granito dalla cava di Godedera per oltre sei chilometri sono bastati gli elefanti. Così molti hanno l’impressione che dietro i ritardi ci sia la voglia di una parte del paese di rimandare ancora, “sine die”, la consegna. C’è persino che è andato a scomodare uno storico etiope, Aleme Eshete, dissidente da sempre ed esiliato a Roma, per fargli dire che, in fondo, non c’è fretta. Questo studioso ha scritto un messaggio a Berlusconi per sconsigliargli di restituire l’obelisco a Meles Zenawi, che – a suo parere – non garantisce la democrazia. “Aleme mi ha fatto vedere la lettera, e gli ho risposto molto duramente”, dice Angelo Del Boca, massimo storico italiano della guerra d’Africa. “Gli ho detto: ti stai facendo strumentalizzare, e non fai un buon servizio al tuo paese, né all’Italia”.

Ma in Etiopia solo qualche turista anglosassone chiede se al paese convenga invece “vendere” il monumento e chiedere all’Italia il denaro per un ospedale. “Nessuno può comprare la nostra storia”, risponde Berhane Hailu, presidente del comitato locale per l’obelisco. E ad Addis Abeba l’animatore di tutto il movimento, Fitawrari Amede Lemma, arriva quasi a urlare: “Basta perdere tempo: l’obelisco deve tornare, subito”.

Autore: Giampaolo Cadalanu

Fonte:La Repubblica